Poesie catartiche
poesia postata da: Dario Pautasso, Poesie (Poesie catartiche)
Spiacente
Tutta questa angoscia
e ho la forza di sopravvivere;
tutto per troppo tempo
e sono vivo.
Io, io sono un miracolo,
non voi dal gioioso sorriso
non voi che avete una mano sempre tesa
non voi che avete una fede sicura
un amore che abbia per lo meno
il sapore della corrispondenza.
Non voi.
Tutte queste lacrime rigettate indietro
chissà dove...
e riesco ad ascoltarvi.
Troppe per troppo tempo
e ancora cammino: sono vivo.
Spiacente, non siete voi i protagonisti oggi.
Io, sì, io sono un miracolo.
poesia postata da: Rosarita De Martino, Poesie (Poesie catartiche)
Rientro
Ritorno da dolore di ospedale
e ritrovo luce di mia casa
già ricca di amici,
Tuo dono immenso
per mia vita.
Ora al mio sguardo estatico
si offrono turgidi ciclamini
che mi avvolgono
in una carezza
colorata di speranza.
poesia postata da: Rosarita De Martino, Poesie (Poesie catartiche)
Sentenza medica
Inattesa, improvvisa
mi colpisce
buia sentenza
di dolore.
Angosciata, smarrita,
ricerco tuo sacerdotale
sguardo di luce
e tu, trepido mi consegni
chiave di speranza.
La prendo e apro
lo scrigno del mio cuore
vi guardo dentro:
bianca,
intatta in suo splendore,
vi ride perla di fede
e si placa il mio tumulto.
In ritrovata pace
riafferro,
sostengo
gomitolo di mia vita.
poesia postata da: Dario Pautasso, Poesie (Poesie catartiche)
Il bovide, la volpe e la lepre
Troppo spesso siam trafitti
E delusi e sconfortati e tristi.
E tutto questo non è il male
Di qualcuno, che sia uno.
È il male di una società che
Ha perso la mira, insegue un obiettivo
Che non sa più riconoscere e vaga
Vaga come una foglia al vento
Quando invece le si richiede
Precisione e struttura e compostezza.
La volpe affamata, che da giorni
Non scovi la bianca lepre sulla
Neve lucente, o tra i rovi
Non abbatte le sue unghie affilate su
un tronco, non cede alla
disperazione, non s'arrende.
Ancora si muove sublime affinando
Fino all'ultima energia
L'olfatto e il passo e l'occhio
Affinché la lepre risulti chiara
E sicura preda delle sue fauci
Allorché appaia all'orizzonte.
Ed il bovide della savana
Arso dal sole di pazzia,
nella siccità infinta ancor si muove,
mosso dalla mandria, lui
stesso promotore del movimento
di tutti gli altri animali del branco
verso l'acqua ristoratrice.
Ma non lo vedrai cedere finché
L'ultima stilla di vita saprà sostenerlo
Finché con l'ultimo passo impietoso
il corpo spinoso e secco
Cedrà infine tutta la sua caparbietà
Alla madre morte,
pronta a riprendersi ogni cosa.
Il bovide e la volpe e la lepre.
Ogni cosa.
Eppur vedo uomini pasciuti
Con rosse labbra lucenti di frescura
Portare il volto chino e stanco.
E col passo debole e i pensieri lenti
Rifiutano di proseguire, s'arrendono
Quando ancora avrebbero tutta
L'energia travolgente dell'universo.
Ma non è il male di quegli uomini
È il male del sistema, che ci ha condotti
Sui binari errati, ha perso la mira
Ci imbroglia indicandoci il primo obiettivo:
quello sbagliato.
poesia postata da: Dario Pautasso, Poesie (Poesie catartiche)
Le parole
Che cazzo di vita
Pensi di averla tra le dita
Illuso, apri gli occhi:
T'è già sfuggita.
Svanita in una notte
Persa a correre
Con chi davanti sorride
E dietro ti sfotte.
Persa a sfottere
Chi ha corso con te
Per una notte.
Sfumata in quella donna
Che dice di amarti
Perché ha visto te
E non tutti gli altri
Che mai vedrà.
E davvero ti amerà
Quando comincerai a stufarti.
Dissolta nelle parole
False, svianti, e amare
Come politica o pazzia,
Lavoro o cortesia.
Ditemi voi o saccenti
Cos'è pazzia?
O ditemelo voi deficienti
Che è la vostra idea
Che vorrei far mia.
Non più dai saggi
Voglio consigli,
Non più da loro
bensì dai conigli.
Pazzia è un bimbo vivace?
Pazzia è un vecchio silente
O un giovane loquace?
Pazzia è stare a terra?
Oppure, ditemi, pazzia
È la guerra!?
Pazzia è vivere di sogni,
Oppure usar il potere
Al fin dei propri bisogni?
Cos'è malattia?
La febbre alta oppure
Arrivismo o demagogia!
Io ho paura delle parole
Perché ti ingannano,
E come te, inganneranno
la tua prole.
Fumare fa male
Ma cosa mi dite
Della maledetta gastrite
Che vien nel leggere un giornale.
La carta stampata
Ormai è una terra brulla
Una spianata desolata
Privata del suo verde
La carta stampata
È per la gente che perde.
Cos'è il dolore?
Si può saperlo per certo?
Un ferita, un taglio scoperto?
O l'amina contrita
Costipata in un vuoto
Di parole trasportate
Dal perenne moto
Delle lingue, delle bocche
Che han parlato
Invece che taciuto?
Ancor una cosa, vi prego,
Non ora il vostro diniego:
Cos'è la solitudine?
Lo star in disparte
O nel mezzo di una moltitudine
Cieca e assente:
Esser l'unico individuo
In un marasma di gente.
Che cazzo di vita
Pensi di averla presa
Invece è ancora appesa
Al suo filo di nulla
A quella desolata terra brulla
Di parole, parole e parole.
E poi ancora,
Parole.